Come vengono celebrate le feste delle erbe in Val di Comino? I prodotti e i rituali poco conosciuti

All’alba, a San Donato Val di Comino, ho seguito una signora con il grembiule a fiori mentre annusava l’aria come si fa con le previsioni certe. Si è chinata tra i muretti a secco e ha tagliato un mazzetto di mentuccia con la naturalezza di un rito antico. “Oggi profuma di pioggia, ma la santoreggia tiene”, mi ha detto, infilando le foglioline in un cestino di vimini. È così che comincia spesso una giornata di festa in Val di Comino: camminando piano, orecchie aperte ai ruscelli e alle storie, e le mani che imparano a riconoscere le erbe giuste.
Tra borghi e sentieri, un calendario diffuso
Le feste delle erbe in Val di Comino non hanno un’unica cattedrale. Sono un mosaico di giornate che si accendono tra primavere e inverni tardivi, dal cuore di Atina alle balze di Picinisco, fino ai vicoli di Alvito e alle piazze ombrose di Gallinaro. Ogni comunità mette in scena la propria versione, con passeggiate guidate, laboratori di riconoscimento e cucine all’aperto che sanno di casa. Per chi parte da Cassino, in quaranta minuti si è già tra i castagneti e i prati che guardano i Monti della Meta, un respiro che cambia il passo al weekend.
Il contesto aiuta. L’area confina con il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, e le altitudini dolci, l’acqua che non manca, le pratiche agricole tradizionali hanno conservato una biodiversità di cui qui si va fieri. Non aspettatevi stand tutti uguali: ogni borgo ha la sua sfumatura, chi punta sulle erbe delle mulattiere, chi sulle essenze dei pascoli, chi sulla memoria dei cortili.
I prodotti che raccontano la valle
Le erbe sono protagoniste, ma portano con sé una costellazione di sapori. Tra le forme che affiorano sui banchi ci sono il Pecorino di Picinisco, spesso stagionato nelle grotte, e la Marzolina, minuta e sapida, che d’estate incontra le infiorescenze di timo serpillo raccolto alto. Quando ci si avvicina ai pani, si scoprono croste macchiate di semi di finocchietto e un profumo che ricorda l’infanzia delle cucine. I mieli, chiari e pazienti, raccontano di acacie lungo i fossi, di castagni antichi, di roveti dove le api hanno vinto la timidezza.
Ci sono i legumi che qui non sono contorno ma racconto, come il Fagiolo Cannellino di Atina, tutelato dalle regole della Denominazione di origine protetta. Nelle feste lo trovate spesso in brodi leggeri, profumati di santoreggia, o in insalate tiepide con erba cipollina e olio nuovo. Più in su, verso Campoli Appennino, il tartufo nero entra in punta di piedi: non è un’erba, certo, ma si posa sulle uova strapazzate con una tale naturalezza che sembra nato tra i rovi.
La stagione comanda. In primavera trionfano tarassaco, cicoria selvatica, ortica e borragine, con frittate che si tagliano come torte contadine. A fine estate entrano in scena origano di montagna e pimpinella, mentre l’autunno si abbandona alle zuppe, quelle che necessitano di un paiolo e di un fuoco lento, con patate, menta romana e una foglia di alloro a chiudere il cerchio.
I rituali che non si raccontano a voce bassa
Le feste non sono solo mercati. Hanno gesti corali che negli anni hanno preso forma. Il più evocativo, per me, è la notte tra il 23 e il 24 giugno, quando si prepara l’acqua di San Giovanni. Le famiglie stendono all’aperto catini con petali e foglie: iperico, salvia, rosmarino, ruta. Si affida il miscuglio alla rugiada, si aspetta la prima luce, poi ci si lava il viso. La benedizione è discreta e personale, ma i racconti, l’indomani, corrono tra i vicoli, e non manca chi giura che quell’acqua porti fortuna e salute per l’anno a venire.
In alcuni borghi, all’inizio della raccolta, le erbe vengono intrecciate in mazzetti che finiscono in chiesa. È un gesto di ringraziamento e una pratica di memoria: le nonne dicono che salvia e lauro, appesi alla porta, tengono lontane le inquietudini, e che la santoreggia è la regina delle dispense nei giorni di pioggia. Persino il fumo di rosmarino bruciato, in certe sere, accompagna racconti che confondono la protezione con il profumo.
Non manca il ruolo dei pastori. Sulle mulattiere che salgono verso le Mainarde, la conoscenza delle erbe medicinali sopravvive nelle tasche dei più anziani. Un infuso di malva per la gola, una tisana di verbena per il sonno, il fiore di iperico messo a macerare nell’olio per curare le piccole ferite. Durante le feste, se vi fermate ad ascoltare, quelle ricette d’erbario prendono voce, senza réclame e senza palco.
Il gusto di partecipare: percorsi, tempi, famiglie
Arrivare preparati è già metà dell’esperienza. Da Cassino consiglio di puntare la mattina presto verso Atina o San Donato: il traffico è lieve e le montagne si concedono con luce buona. Le passeggiate guidate durano spesso un paio d’ore e sono pensate anche per i bambini, che si divertono a confrontare foglie e profumi. Portate scarpe comode e una borraccia, perché l’andamento è gentile ma i sentieri, a tratti, si stringono.
Chi viaggia in famiglia può alternare i tempi: un’uscita nei prati, un pranzo lento, una sosta al Lago di Posta Fibreno per osservare le polle che ribollono dal fondale, poi di nuovo in borgo per gli assaggi del pomeriggio. Le feste delle erbe non sono kermesse rumorose: più che correre da uno stand all’altro, ci si ferma, si parla con i produttori, si entra nelle cucine temporanee dove la padella racconta la storia di casa.
Rispetto per il territorio è la regola madre. Le guide ricordano come raccogliere senza impoverire: mai sradicare le piante, tagliare con misura, lasciare intatte le zone umide. Nel perimetro del parco e delle aree protette vigono norme precise sulla raccolta spontanea, e in alcuni tratti è vietata o limitata. Informarsi alla Pro Loco o al punto informazioni del borgo è sempre una buona abitudine.
Ricette di valle, senza fretta
Ci sono piatti che durante le feste sembrano fiorire come le primule. La frittata alle erbe, per esempio, nasce dalla pazienza del taglio fine di cicoria, mentuccia e pimpinella, soffritti un attimo con olio, aglio e un soffio di vino bianco. Poi uova, una grattugiata di pecorino, un riposo breve e cottura lenta. Ne uscirebbe buona in ogni luogo, ma qui l’erba ha una personalità ruvida che la rende memorabile.
Le sagne con la cicoria selvatica sono un altro emblema. La pasta, tirata a mano, incontra foglie appena scottate, condite con olio e un cucchiaio d’acqua di cottura. Si aggiunge pepe generoso e, a chi piace, una briciola di peperoncino. I più curiosi chiedono del “pane alle erbe”, un impasto che ospita finocchietto e origano, spesso cotto in forni a legna improvvisati per l’occasione. E i dolci? Qualcosa arriva anche lì: ciambelline al vino con una glassa leggera profumata alla lavanda, biscotti fragranti con fiore di sambuco, rosoli di erbe da assaggiare con prudenza e sorriso.
Voci, mestieri e un modo diverso di stare insieme
Dietro a ogni bancarella c’è un racconto di mestiere. La raccoglitrice che scandisce le stagioni col suo taccuino unto, il casaro che doma la cagliata come fosse una creatura viva, l’apicoltore che, a furia di ascoltare ronzii, parla piano anche con gli umani. Le feste delle erbe servono anche a questo: a cucire relazioni, a far incontrare giovani che hanno scelto di restare con chi ha voglia di tornare. Spesso, al tramonto, non si va via con un sacchetto pieno ma con tre o quattro indirizzi scritti a penna sul palmo, la promessa di tornare per la raccolta dell’autunno o per la transumanza dolce verso i pascoli alti.
Per chi viene da fuori, colpito dai richiami di weekend naturalistici, l’effetto è liberatorio. Si scopre che un evento può essere al tempo stesso festa e lezione, passeggiata e incontro, mercato e racconto di comunità. Non serve il colpo di scena: basta la lentezza di un sentiero, il tempo di una tisana, la chiarezza di un’aria che invita alla sosta.
Come orientarsi tra date, luoghi e curiosità
Le date cambiano, come è naturale per chi segue la crescita delle piante più che il calendario delle fiere. Primavera inoltrata e inizio estate sono i momenti più generosi, ma anche settembre regala giornate piene, con erbe ancora vive e cucine affamate di calore. Le Pro Loco di Atina, Picinisco, San Donato e Alvito aggiornano spesso i programmi all’ultimo, in base al meteo. Arrivare il giorno prima è una piccola strategia: si prende la misura del borgo, si prenota un tavolo, si chiacchiera con chi si alza presto.
Un’ultima curiosità riguarda i nomi. In Val di Comino le erbe cambiano identità a pochi chilometri di distanza. Quella che a Gallinaro tutti chiamano nepetella, ad Alvito diventa mentuccia, e la stessa pianta può voler dire cose leggermente diverse in cucina. È un gioco che unisce e differenzia, uno degli ingredienti di quella ricchezza linguistica che, qui, è ancora vita quotidiana.
Quando torno a casa, porto sempre un mazzetto secco legato con spago. È il mio segnalibro di viaggio. Ogni volta che lo guardo mi torna alla mente quella signora all’alba e il suo gesto antico. È questo, in fondo, il cuore discreto delle feste delle erbe in Val di Comino: un sapere condiviso che profuma la giornata e, a suo modo, insegna a respirare meglio.

